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Celtismo e New Age nuove identità PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Druido   
Celtismo e New Age nuove identità. La moda è davvero scoppiata .... e siamo Celti! In particolare presso le nazionalità alpine dove, a ben vedere, non si sa più cosa vuol dire essere valdostani, occitani, friulani, ecc., e c'è chi afferma che un'identità valdostana, occitana, friulana, ecc. non esiste e non è mai esistita, scopriamo un'identità parziale, fittizia, surrettizia, sostitutiva. Il bisogno di questa identità (o, comunque, di un'identità) è il risultato di un processo di disidentificazione ben individuabile nel suo proporsi storico; un processo culturalmente, socialmente e politicamente pericoloso, perché la perdita della dimensione storica dell'identità (individuale e collettiva, di ogni uomo e di ogni popolo) determina uno scadimento dei valori stessi dell'umanità.

 

Scrive Borges: "l'identità personale risiede nella memoria e l'annullamento di questa facoltà comporta l'idiozia. Senza una eternità, senza uno specchio delicato e segreto di ciò che accade nelle anime, la storia è tempo perso, e con essa la nostra storia personale".

La ricerca di una identità nel passato, e di cui si ricerchi memoria separata da ciò che essa è divenuta nel tempo, è improduttiva se non addirittura inutile e falsa. O nella attualità non c'è più segno di quel passato; o non si sa coglierlo; o non ci piace ciò che quella identità ha prodotto e tentiamo un hollywoodiano "ritorno al futuro": scopriamo di essere Celti per far ripartire la storia da una interpretazione affascinante di ciò che eravamo ieri, insoddisfatti di ciò che siamo oggi. Mitizzare la storia e la cultura equivale, però, ad ideologizzarle, con tutto ciò che ne consegue: una mitizzazione fa, così, considerare aurea l'epoca delle Franchigie valdostane, viste in chiave prodromica dell'autonomia e del federalismo; un'altra ha esaltato la grandezza di Roma, facendone il substrato del fascismo; ecc.

Non è che le ideologie (quantunque superate!) non producano cultura: producono cultura politica e, spesso, la libertà della vera cultura, nel senso più ampio, è sacrificata all'altare del potere e dei suoi interessi; ma questa è una colpa degli uomini di cultura, degli intellettuali che massimizzano piccoli egoistici interessi, mostrandosi incapaci di contrastare moda e poteri.
Il celtismo va di moda, poco importa se sostanzialmente sia un gioco di ruolo, una ricerca di identità o altro.
Il fatto è questa riscoperta dei Celti viene barattata al mercato decadente delle culture dominanti; queste non sanno più come perpetuarsi ed attingono ai valori delle culture dominate, tentano di assimilarle, snaturandole senza farsi di questo un cruccio visto che, fino ad ora, le avevano negate ed oppresse.
Questa new age intraeuropea non si propone in modo diverso nella dimensione planetaria: i pellerossa Lakota hanno dichiarato guerra alla new age che diffonde "iniziative spirituali" intitolate alla cultura degli indiani d'America e mescola teosofia, danze tribali, ufologia, egittologia, elementi della religiosità orientale in quello che possiamo definire "qualunquismo spirituale" e che scientificamente viene chiamato "sincretismo religioso".

Il sincretismo, nei fatti, espropria le culture etniche prelevando da esse, a piacere, gli elementi compatibili con la cultura occidentale, eliminando ogni momento di contrasto tra quelle culture e la cultura occidentale dominante.
Questo universalismo, stranamente ma non troppo, è compatibile con il mondialismo economico, con il colonialismo linguistico, con il dominio politico europeo ed americano.
E allora di quale valorizzazione delle culture stiamo parlando? A che serve parlare di Celti in chiave identitaria?
Scrive Brodskij: "poiché, le civiltà sono un qualcosa di 'finito', nella vita di ognuna viene il momento in cui il centro non tiene più. Ciò che allora le salva dalla disintegrazione non è la forza delle legioni, ma quella della lingua. Così fu per Roma e, prima, per la Grecia ellenica. Il compito di 'tenere', allora ricade sugli uomini delle province, della periferia". Oggi, forse, le nazionalità dell'arco alpino potrebbero - per certi versi - essere una di quelle periferie dove si sta decantando l'identità europea in un crogiolo di identità e di lingue.

Ma se questa osservazione è contestabile (e, appena accennata come qui risulta, non riesce ad esprimere la verità di cui è portatrice) ancor più lo è andar a caccia di periferie nella storia passata: che razza di celtismo può mai essere quello che fa propri solo i miti più accattivanti, celebrando un celtismo di bardi, combattenti, orefici quando presumibilmente, le propaggini celtiche che si stabilirono in alcune vallate dell'arco alpino, erano formate da semplici contadini; e quando quei contadini, divenuti commercianti e doganieri, si sono rivelati tanto esosi da convincere Roma che era tempo di spazzarli via, non senza descriverne negli annali scritti una presunta fierezza, poiché, altrimenti, Roma non avrebbe conseguito gloria alcuna nello sconfiggerli...!

L'influenza celtica è stata certamente più rilevante di quanto questa rapida e dissacrante ricostruzione non dica: ma non faccio altro che rispondere ad un mito con una ideologizzazione; entrambi non hanno bisogno di corrispondere alla verità per esser creduti. Nessuno mi toglie dalla testa, però, che erano molto più celtiche, barbare, rurali ed orgiastiche alcune vecchie "feste" alpine, dei vari "festival" celtici imborghesiti dei nostri tempi.
Il fatto è che questo tipo di celtismo e la new age non dicono il vero quando attingono, apparentemente per valorizzarle, alle culture etniche.
Molti di quanti si occupano o, più semplicemente, sono affascinati dal celtismo, non si sentono valdostani, occitani, friulani, ecc., non ne praticano e non ne difendono le lingue, hanno una posizione anarcoide o infastidita verso i tentativi culturali, sociali, sindacali e politici, di rappresentarne e tutelarne l'identità di oggi. E neppure si distinguono da coloro che, negando l'esistenza di una identità, ne pongono comunque il problema.
Non è insignificante il fatto che nei vari "Festival" celtici proposti sull'arco alpino, siano inserite conferenze tipo "Celti ieri, Occitani oggi", evitando, tuttavia di riflettere su quali siano, oggi, la lingua ed i diritti di questi occitani. Tanta attenzione per una tematica identitaria non ha, quindi, corrispondenza in un impegno concreto, in una battaglia identitaria, culturale, linguistica a favore degli occitani di oggi, a favore delle identità etniche di oggi.

Una moda, quindi, godibile e piacevolissima che consente, tra l'altro, di diversificare il mercato della proposta turistica, di dar spazio a musicisti ed artigiani. Ma le mode fagocitano tutto e capita, così, che in Valle d'Aosta, per vendere meglio il festival celtico si faccia richiamo espresso ai Salassi, lasciando intendere che addirittura le stele antropomorfe di Saint-Martin de Corléans (uno dei ritrovamenti archeologici più importanti d'Europa che documenta l'origina caucasica delle prime popolazioni valdostane), abbiano a che fare con i Celti, mentre risalgono a due mila anni prima che i Celti facessero la loro apparizione. Non si tratta di un errore, ma di una ideologizzazione che soddisfa l'esigenza di render più grandi i Celti, deviando il vero discorso sulla identità valdostana, discorso che si è fatto ambiguo: il potere politico, i cui detentori rischiano l'impopolarità nel proporre la loro errata politica di difesa dell'identità oggi, sbagliando nel "rito" del bilinguismo, tentano di recuperare sul piano più che del "rito" della "festa", proponendone gli aspetti più accattivanti. Poiché migliaia di calabresi immigrati e residenti in Valle d'Aosta hanno la loro festa etnica, i valdostani che attendono una loro festa nazionale, per avere un pubblico numeroso ricorrono alla moda celtica: piace ai valdostani valdostani, ai padani, ai giovani ... che si vuole di più?
Fra qualche anno, quando la moda dei Celti sarà passata, celebreremo un festival in nome dei proto-valdostani di Saint-Martin de Corléans, non appena il bisogno di identità uscirà insoddisfatto dalla moda celtica.
La storia é un continuum che non può esser spezzato estrapolando da essa un momento solo, ergendolo a modello, facendo ruotare tutto il resto attorno ad esso, perché, ciò significa solo interpretarla ideologicamente a vantaggio di un partito, di una religione, di una moda.

La radice celtica è sicuramente più pregnante, rilevante, determinate per l'identità dei gallesi, degli scozzesi, degli irlandesi, dei galleghi, dei bretoni, oggi.

Lo è meno per altri popoli, come appunto quello valdostano, e quello friulano che hanno nel celtismo una componente della loro storia; se sposano il celtismo è per giocare un altrimenti improponibile parallelismo storico: Roma che ieri scaccia e sconfigge i Celti, sarebbe la stessa Roma che nega l'autodeterminazione alla Valle d'Aosta, al Friuli, ecc. oggi.

di Claudio Magnabosco

via: gfbv.it/3dossier/vda/identi-new.html

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